IL MISTERO DI BUTTERFLY
di Andrea Scarduelli

A Milano il 17 febbraio, poi a Brescia il 28 maggio 1904 andò in scena la nuova opera di Giacomo Puccini ‘Madama Butterfly’.

L’insuccesso milanese, la repentina resurrezione dell’opera a Brescia, le profonde modifiche apportate in seguito dal compositore, incuriosiscono, ancora oggi.

Si offrono allora due possibilità; ascoltare la vera Butterfly, come in realtà sarebbe dovuto essere davvero il personaggio, con vizi e difetti di una figura lontana da noi, legata comunque, anche se inconsciamente, a terre, colori e tradizioni del suo paese, anche se dipinta dall’occhio francese di Pierre Loti, oppure ascoltare una Butterfly occidentalizzata che risponda ai nostri gusti e abbia reazioni da fanciulla europea, come l’immaginò Belasco.

Leggendo lo spartito di Milano (17 febbraio 1904) Butterfly vive nel suo ambiente, fatto di etichetta, tradizione, parentele, religione.
Pinkerton è un oggetto misterioso, una figura importante (il suo nome è ancora Sir Francis Blummy Pinkerton), un uomo di cui Butterfly si innamora a poco a poco tra le riserve e le gelosie di parenti e amici.
Non c’è intervallo nel lungo atto II e il dolore di Butterfly resta con noi mentre la notte svanisce nell’alba.
Quando Butterfly vede per la prima volta Kate, la nuova moglie di Pinkerton, di lei dice ‘Chi siete? Come è bella!’.

Nel romanzo di Long, Pinkerton alla fine dell’opera non tornerà più.
Nella prima versione pucciniana di Butterfly egli ha un’apparizione fugace per scomparire presto in preda alla vergogna.
Butterfly dà un lungo addio al bimbo che verrà parzialmente tagliato nell’edizione bresciana.

Questa Butterfly è molto più mamma, dedica tempo in continuazione al suo bimbo, gli si rivolge con tantissimo amore, lo pone al centro della sua vita.
La sua Cio-Cio-San è prima madre poi moglie.

Leggendo la seconda versione, Brescia, (28 maggio 1904) se da una parte si perde colore e soprattutto l’interazione tra due mondi, il Giappone e gli Stati Uniti, importante comunque per capire a fondo la figura di Cio-Cio-San, si guadagna una snellezza formale senza perdere, a parte la rottura dell’incantesimo, con la suddivisione del secondo atto in due parti, quasi nulla dell’animo di Butterfly.

A Pinkerton, diventato qui Benjamin Franklin Pinkerton, con l’aggiunta dell’aria ‘Addio fiorito asil’ si concede oltre alla vergogna, il rimorso.
E quando Butterfly vede Kate le dice ‘Chi siete? Perchè veniste?’.
Butterfly diventa qui più razionale, meno spontanea e da questo istante il suo carattere originale inizierà a sbiadirsi fino alla versione di Parigi e al taglio dell’edizione italiana del 1907.
Le attenzioni il tempo dedicato al bimbo nella prima edizione, sono qui quasi tutte rivolte alla sua storia d’amore con Pinkerton.

La Cio-Cio-San di Brescia è prima moglie, poi madre.
D’altra parte, ai primi del Novecento la sensibilità della gente comune nei confronti della prole era totalmente diversa rispetto ai sentimenti odierni.
I figli non erano, nella maggioranza dei casi, soggetti cui dedicare tempo, cure, attenzioni; erano invece utilissimi nell’aiutare economicamente la famiglia, con il loro lavoro, a volte, anche in miniera.
Il pubblico dei primi del Novecento non poteva commuoversi per lo strazio di una madre cui viene tolto un figlio, ma per il dolore di una ragazza, abbandonata dal marito.
Puccini come sempre, era proiettato nel futuro e intuiva che di lì a poco i costumi sarebbero mutati.
Era solo troppo, davvero troppo presto, quindi accondiscese a mutare la sua Butterfly.

A Londra (10 luglio 1905) inizia decisamente il cambiamento che culminerà poi con il gusto francese della versione parigina; da Nagasaki scompaiono quasi del tutto i parenti di Butterfly, e mentre Cio-Cio-San aspetta il ritorno del marito, sparge i fiori, si acconcia e indossa nuovamente il vestito da sposa; questa volta il taglio di numerose battute toglie alla scena quel respiro drammatico che si aveva nell’edizione precedente, di Brescia.
Il dialogo tra Kate e Butterfly è lievemente modificato e Sharpless non è più così cinico da offrire denaro a Cio-Cio-San per mitigarne il dolore ‘L’amico mio mi diede per voi...’. Prima di morire, Butterfly non canta più la canzone ‘Varcò le chiuse porte, prese il posto di tutto, se n’andò...e nulla vi lasciò...nulla...nulla fuor che la morte’.

Poi si arriva a Parigi (28 dicembre 1906).
Albert Carré, direttore dell’Opéra-Comique suggerisce a Puccini grandi cambiamenti.
Butterfly diventa così lo stereotipo della giapponesina.
Non dice più a Pinkerton, nel duetto d’amore, che aveva riserve nello sposare un ‘americano, un barbaro!’.
Quello che a prima lettura sembrerebbe uno sgarbo spiega poi meravigliosamente che se Butterfly era prima perplessa, ora Pinkerton è per lei ‘l’occhio del firmamento’.
Ecco cosa succede, in questa versione, ormai vicinissima a quella definitiva, tante cose non si capiscono, non si spiegano più e la ragazza con pregi e difetti del suo essere vera, lascia il posto alla versione orientale di ‘Violetta Valéry’.

Nove versioni almeno (Milano, Brescia, Londra I, Londra II, Parigi I, Parigi II, versione italiana 1907, partitura italiana 1920, versione riveduta e corretta 1955), dunque per due Cio-Cio-San diverse. Andando a verificare gli spartiti, ci renderemo conto che Puccini, da Milano a Parigi, tagliò oltre seicentoventi misure, aggiungendone meno di novanta. La metamorfosi è compiuta.

Il 16 agosto 1900 Giacomo Puccini, da Torre del Lago, scriveva a Giulio Ricordi:

‘Le sarei grato se mi dicesse se ha scritto a New York per quel tale soggetto americano. Io ci penso sempre.’

Il compositore si riferiva al dramma di David Belasco, ‘Madame Butterfly’ che una sera di giugno di quell’anno aveva visto a Londra al Duke of York’s Theatre. Anche se la comprensione del testo inglese era rimasta a un livello superficiale, Puccini raccontò nel 1912, a Riccardo Pick-Mangiagalli, che egli quella sera fu in grado di comprendere il dramma in ogni suo particolare al punto da commuoversi e che, se tutto ciò accadeva senza comprenderne le parole, allora voleva proprio dire che era il soggetto per un’opera musicale.

Puccini scovò anche il romanzo ‘Madame Butterfly’ che John Luther Long aveva pubblicato nel 1898 e che Belasco aveva adattato nel 1900 per il teatro. Nel marzo 1901 Puccini spedì a Luigi Illica il copione del romanzo di Long; lo informò inoltre che, nella ‘pièce’ di Belasco, si trovavano alcune migliorie, soprattutto nel finale.

L’eroina di Belasco, come poi la Cio-Cio-San pucciniana moriva in scena, mentre la Madame Butterfly di Long veniva salvata in extremis dall’entrata di Suzuki che provvedeva poi a medicarne le ferite.

Anni prima, nel 1887, era già apparsa una figura analoga anche se psicologicamente affatto diversa, ‘Madame Chrysanthème’ dall’omonimo romanzo di Pierre Loti.

La progenitrice delle Butterfly di Long, Belasco e Puccini non moriva d’amore.

Quando il suo Pinkerton che in Loti si chiama Pierre, come il suo autore, l’abbandonava, la piccola geisha, supportata da grande senso pratico, contava e soprattutto verificava l’autenticità delle monete che il marito ‘ad interim’ le aveva lasciato in dono.
Puccini fu colpito dalle descrizioni stupite, delicate e ricche di colore di cui Pierre Loti aveva intriso il suo romanzo.
La sua Ki-Hou-San (ragazza crisantemo) è descritta da Pierre come
‘un giocattolo bizzarro, i cui piccoli occhi a mandorla sembrano rivelare un’anima all’interno di una bambola’.
Nella vicenda appare un bimbo, il fratellino di Madame Chrysanthème, che in Long diverrà il figlio di Butterfly.
Poi ci sono Oyouki, l’amica d’infanzia di Ki-Hou-San che diverrà la servitrice Suzuki e Kangourou, il tuttofare che diverrà Goro.

In Loti, oriente e occidente rimangono agli antipodi.

John Luther Long apre invece a Cho-Cho-San la via dell’occidente.
La sua Madame Butterfly è innamorata di Pinkerton e degli Stati Uniti; Long crea allora la figura di Sharpless, il Console Americano a Nagasaki, del ricco principe Yamadori uomo avvezzo ai viaggi, dalla perfetta padronanza della lingua inglese, che sovente si concede lunghi soggiorni a New York e quella di Kate Pinkerton che in Long ha un ruolo molto più importante di quello che rivestirà in Belasco e Puccini.

La stessa Cho-Cho-San vive per un breve periodo a New York con Pinkerton, poi, di ritorno a Nagasaki si reca, con il figlio in visita al Consolato Americano per avere notizie del marito.
Lì si trova anche una bella e giovane ragazza americana dai capelli biondi che invia un telegramma al marito a Kobe. Il testo suona più o meno così: ‘Ho appena visto il bimbo e la sua nurse. Non potremmo ottenerlo? È davvero grazioso. Incontrerò domani la madre per affrontare il problema’.
In quel momento Cho-Cho-San comprende la sua sventura; si tratta di Kate, la moglie americana del suo Pinkerton.
Madame Butterfly tenta allora il suicidio ma il pensiero del figlio e il pronto intervento di Suzuki la salvano.
Quando Kate sale la collina e arriva allo shosi il bimbo è rimasto solo. Cho-Cho-San, ha ripreso il mestiere di geisha.

Nella prima stesura del libretto per Puccini, Luigi Illica aveva previsto la seconda parte dell’opera divisa in tre quadri, la casetta di Butterfly, la villa del Console e nuovamente lo shosi di Butterfly. Puccini si rese poi conto che il meccanismo drammatico si inceppava e il 16 novembre 1902 così scrisse:

‘Caro Illica, sai cosa ho scoperto? Che il consolato mi portava al fiasco!’.

Puccini si ricordò poi del finale di John Luther Long quando, per una delle revisioni del testo, in occasione della rappresentazione di Parigi, modificò la seconda parte dell’aria di Cio-Cio-San ‘Che tua madre’.
Nelle versioni precedenti di quest’aria, Butterfly, rivolgendosi al figlio gli raccontava una fiaba in cui l’imperatore in persona si occupava di lui:

E passerà una fila di guerrieri
Coll’Imperator, cui dirò:
Sommo Duce, ferma i tuoi servi
E sosta a riguardar
Quest’occhi ove la luce dal cielo azzurro
Onde scendesti appar.
E allor fermato il pié
L’imperatore d’ogni grazia degno,
Forse, forse farà di te
Il principe più bello del suo regno.

Nella versione parigina invece il testo è molto più drammatico:

Et Butterfly, jouet des destins barbares,
Se revoit Geisha! Aux accents des samisens,
Comme autre-fois, la Geisha dansera.
Et le joyeux refrain qu’elle dira
Dans un sanglot s’achèvera!
Non, non, pas ce-la!
Pas ce métier que la honte escorte!
Morte! Morte! Mais point Geisha!
Plustot cent fois je voudrai être morte! Ah!

Infine nella versione italiana del 1907 sarà:

E Butterfly, orribile destino, danzerà per te,
E come fece già la ghescia canterà!
E la canzon giuliva e lieta
In un singhiozzo finirà! Ah! No, no, questo mai!
Questo mestiere che al disonore porta!
Morta! Morta! Mai più danzar!
Piuttosto la mia vita vo’ troncar! Ah! Morta!

David Belasco personalizzò il lavoro di Long concentrandosi sull’attesa di Madame Butterfly.
Il dramma si svolge nello shosi e dura un giro di sole. Long non faceva ritornare Pinkerton alla casetta di Butterfly; era Kate a occuparsi del bimbo mentre il marito si trovava a Kobe.
Belasco, che omette il prologo della vicenda, ha invece ovviamente la necessità di far tornare a Nagasaki l’ufficiale americano.

Nell’aprile 1901 Luigi Illica scrive a Giulio Ricordi:

‘Carissimo Sig. Giulio, sono in piena Butterfly e vado avanti a gonfie vele! Gli effetti e momenti musicali abbondano; il giuoco di scena vivacissimo e nuovissimo. Certo che mi preoccupa un po’ il secondo quadro. Bisogna trovare e cercherò di trovare. In questo primo quadro i momenti per la musica sono perfino troppi: io però ce li metto tutti e dopo si vedrà quali conservare e quali no perchè sono tutti belli’.

Nasce proprio sin dalle battute iniziali il vero problema del fiasco della prima rappresentazione di Madama Butterfly (Milano, 17 febbraio 1904).

Il materiale è forse troppo abbondante e Puccini sarà costretto dopo l’insuccesso dell’opera al Teatro alla Scala a operare numerose modifiche, soprattutto tagli.

In piena fase creativa il compositore inventa, con un colpo di genio. il celeberrimo ‘Coro a bocca chiusa’.

‘Ti raccomando l’ultimo quadro e pensami a quell’intermezzo, per servirmi del coro: bisogna trovare qualcosa di buono. Voci misteriose a bocca chiusa (per esempio)’.

Quando arriva poi alla figura di Kate ha quasi un presagio di come limerà da Milano a Brescia, da Londra a Parigi, infine nella versione italiana del 1907 lo spessore del personaggio:

‘Caro Giacosa, Kate dice ‘E non mi lascerete far nulla pel bambino? Io lo terrei con cura affettuosa’. Non ti par troppo cruda la proposta, o meglio troppo crudamente detta? Io direi: ‘Avrei per lui, io l’amerei’. Io girerei sull’argomento con tattica, tanto più che il pubblico sa già dalle scene precedenti che si domanda: si vuole il bimbo’.

Si apre allora una forte polemica con Giuseppe Giacosa, presago di sventure.
Il librettista è fortemente contrario al secondo atto rappresentato senza interruzioni e al ruolo di Pinkerton particolarmente sacrificato.

L’aria del tenore ‘Addio fiorito asil’ verrà infatti scritta appositamente per l’edizione di Brescia del 28 maggio 1904 a compensazione di un ruolo che rischiava di essere completamente in penombra.

Così, un mese prima del debutto, Giacosa si sfoga con l’editore Giulio Ricordi:

‘Lasciateci i versi falsi e la scena sconclusionata. Solo mi riservo, più tardi, quando il libretto sarà criticato come merita, di separare dinnanzi al pubblico la mia responsabilità da quella del maestro. E allora esporrò come stava la scena, e dirò delle rimostranze e del poco conto in cui furono tenute. Ora fate pure macello dell’opera mia’.

Rileggendo i carteggi pucciniani curati da Eugenio Gara, analizzando le lettere scritte tra il 1900 e il 1910 ci si rende conto che tutte le critiche mosse alla Madama Butterfly di Milano erano state più o meno previste e più o meno valutate.

Gli interventi che Puccini opererà dopo la serata scaligera sono la naturale conseguenza di una lenta maturazione che era da tempo in corso.

Entriamo allora nei dettagli.

Milano, Teatro alla Scala, 17 febbraio 1904
La sera della prima, ‘Madama Butterfly’, (da John L. Long e David Belasco), tragedia giapponese in due atti di L. Illica e G. Giacosa, musica di Giacomo Puccini, dedicata alla Regina Elena, viene duramente contestata al Teatro alla Scala.
L’opera è diretta da Cleofonte Campanini e nei ruoli principali cantano Rosina Storchio, Giovanni Zenatello e Giuseppe De Luca.
Puccini, Illica e Giacosa ritirano immediatamente la partitura.
Inizia il lavoro per poter, il prima possibile, riportare Butterfly in scena.
Si cerca una piazza meno ostile, forse meno esigente.
Dopo aver scartato Torino e Bologna si sceglie Brescia.
Rosina Storchio già precedentemente impegnata in Argentina non potrà cantare la ripresa di Butterfly; al suo posto è scelta Salomea Krusceniski.
Zenatello e De Luca canteranno, diretti nuovamente da Cleofonte Campanini.
Rosina Storchio, la bella e sfortunata prima interprete di Cio-Cio-San ebbe in quel periodo un’intensa relazione con Toscanini.
La sua vita fu segnata in maniera indelebile da questa sfortunata storia d’amore.
Toscanini era sposato e Rosina, la sera della prima di Butterfly era da pochi mesi in attesa di un bimbo; era di Toscanini.
In quel periodo c’era bufera tra Toscanini e la Scala, ecco perché lui non diresse la prima di Madama Butterfly.
Giovanni, il figlio illegittimo nacque gravemente disabile.
Morì anni più tardi, accudito con amore e devozione dalla madre, Rosina Storchio e Toscanini sempre, anche se in maniera discreta, si occupò di loro.
Un dramma nel dramma di Madama Butterfly.

Brescia, Teatro Grande, 28 maggio 1904
Tra Milano e Brescia si operano le seguenti modifiche:
234 battute tagliate, 65 aggiunte
Sir Francis Blummy Pinkerton diventa Benjamin Franklin Pinkerton.
Nell’entrata di Butterfly sulle parole ‘Nelle gaudiose soglie’ alcune note sono modificate e ‘Amiche, io sono venuta al richiamo d’amor’ è riscritta in tessitura più acuta.
Il primo grande taglio, 49 battute, toglie a Goro una scenetta ‘Qui signor Ufficial’ in cui egli paga l’ufficiale del registro e il commissario imperiale.
Butterfly perde otto battute nel ‘Ieri son salita’ nelle quali manifestava i suoi ovvi piccoli ripensamenti all’abbandono della sua religione:

‘Dirvi ben non saprei se del bene o del mal chiaro discerno, noi preghiam mille Dei, voi pregate un sol Dio, grande ed eterno’.

Seguono altri piccoli tagli sino alla gran scena dello zio Yakusidé che, invitato da Pinkerton ‘Zio, voglio una canzone’, intonava ‘All’ombra di un Kekì, sul Nunki-Nunko-Yama, il dì del Gosekì, quante fanciulle belle’.
La scena di ben 47 battute dava anche tempo al bimbo in scena, il figlio della cugina di Cio-Cio-San di rubare la bottiglia di vino allo zio ubriacone.
Piccole modifiche ancora nella linea vocale di Butterfly poco più avanti sulle parole ‘Non le vidi mai sì belle’, ‘ogni favilla’, ‘una pupilla’.
Il finale dell’atto I di Milano ha le seguenti parole

PINKERTON
Ti serro palpitante, vien
BUTTERFLY
Quanti, quanti fiammei sguardi
Quanti sguardi pieni di ineffabile languor!
PINKERTON
Ah, vieni!
BUTTERFLY
Ah, dolce notte, tutto estatico d’amor
Ride il ciel.

Quello di Brescia suona invece così

PINKERTON
Ti serro palpitante, vien
BUTTERFLY
Ah, quanti occhi fisi, attenti!
Quanti sguardi
PINKERTON
Guarda, dorme ogni cosa
BUTTERFLY
Ride il ciel
Ah, dolce notte, tutto estatico d’amor
Ride il ciel.

Nell’atto secondo, scena prima, subito prima di ‘Scuoti quella fronda di ciliegio’ Butterfly a Milano, rivolgendosi al bimbo canta:

Or bimbo mio
Fa in alto sventolar
La tua bandiera,
Gioia ti chiami

A Brescia, la gioia della madre per l’imminente ritorno di Pinkerton, padre del piccolo, diventa quella della moglie e Cio-Cio-San pensa solo all’amore per il marito:

Trionfa il mio amor,
La mia fede trionfa in terra,
Ei torna e m’ama

Poco dopo, l’invito al bimbo ‘Batti le mani, care le tue mani’ diventa ‘Io vo tuffar nella pioggia odorosa’

A Milano l’atto secondo era stato scritto in un quadro unico.
Il pubblico lo aveva trovato troppo lungo e Puccini per la versione di Brescia era stato costretto a dividerlo in due scene.
Qualche semplice modifica e 27 battute aggiunte all’inizio della scena seconda. Al levar del sole, a Milano, Butterfly si rivolgeva subito al figlio: ‘Dormi amor mio’.
A Brescia, dopo l’intervallo e l’introduzione sinfonica alla seconda scena del secondo atto, Suzuki e Butterfly scambiano le seguenti battute:

SUZUKI
Già l’alba! Ciociosan
BUTTERFLY
Verrà, verrà, col pieno sole
SUZUKI
Salite a riposare, affranta siete
Al suo venire vi chiamerò.
BUTTERFLY
Dormi amor mio...

La ‘Berceuse’ di Butterfly viene ridotta di quindici misure a Brescia quasi fosse tagliato il ritornello.
Il duetto Sharpless-Pinkerton viene ampliato: 75 misure sono riscritte e sostituiscono le 53 della prima versione. Pinkerton ha finalmente la sua aria ‘Addio fiorito asil’.

Nella prima versione F. B. Pinkerton si congedava da Sharpless così:

PINKERTON
M’avete visto piangere, né son facile al pianto.
Pace non posso renderle. A voi qualche soccorso.
Ch’ella non cada almeno in povertà.
Voi del figlio parlatele, io non oso.
Ho rimorso, son stordito, addio, mi passerà.

A Brescia la scena cambia in

PINKERTON
Mi struggo dal rimorso
SHARPLESS
Vel dissi? Vi ricorda? Quando la man vi diede
‘badate, ella ci crede’ e fui profeta allor
Sorda ai consigli, sorda ai dubbi,
Vilipesa nell’ostinata attesa raccolse il cor.
PINKERTON
Sì, tutto in un istante io vedo il fallo mio
E sento che di questo tormento
tregua mai non avrò! No!
SHARPLESS
Andate, il triste vero da sola apprenderà
PINKERTON
Addio, fiorito asil...

Il finale, con la morte di Butterfly viene modificato; vengono riscritte 37 battute che sostituiscono le 56 della prima edizione.

La celebre scena finale ‘Con onor muore’ viene dunque accorciata e si perdono le seguenti parole di Butterfly al figlio subito dopo ‘Fior di giglio e di rosa’:

Qui, qui la tua testa bionda,
Ch’io nasconda la fronte dolorosa,
Qui, qui nei tuoi capelli

Poi segue ‘Non saperlo mai, guarda ben’ e vengono nuovamente omesse:

Di tua madre la faccia,
Sia pur pallida e poca,
Che non tutto consunto,
Vada di mia beltà,
L’ultimo fior.

Infine, al momento del suicidio di Butterfly, Puccini taglia dieci battute orchestrali.

Da Milano a Brescia si hanno dunque tagli, ripensamenti e ridistribuzione degli equilibri. L’esoticità delle scene con i familiari di Cio-Cio-San e soprattutto la scena di Yakusidé vengono sfrondate o eliminate.

Il secondo atto viene diviso in due parti cancellando l’effetto che Puccini aveva fortemente desiderato a Milano.
Sharpless inizia a mutare il suo personaggio e Pinkerton non si defila appena rientrato a Nagasaki ma canta l’aria ‘Addio fiorito asil’.

A Milano come a Brescia, Butterfly e Kate Pinkerton affrontano un breve dialogo che poi vedremo modificarsi prima a Londra poi, per ben due volte a Parigi.
Il testo è il seguente:

BUTTERFLY
Quella donna bionda mi fa tanta paura! Tanta paura!
KATE
Son la causa innocente d’ogni vostra sciagura. Perdonatemi
BUTTERFLY
Non mi toccate. Quanto tempo è che v’ha sposata voi?
KATE
Un anno. E non mi lascerete far nulla pel bambino? Lo terrei con cura affettuosa...è triste cosa, triste cosa, ma fatelo pel suo meglio.
BUTTERFLY
Chissà! Tutto è compiuto ormai!
KATE
Potete perdonarmi Butterfly?

A Milano, il marito di Butterfly si chiama Sir Francis Blummy Pinkerton.
A Brescia diviene Benjamin Franklin Pinkerton.
Nella versione in lingua tedesca del 1907 Pinkerton divenne Linkerton forse perché il suo nome era identico a quello di un’agenzia investigativa americana le cui imprese erano oggetto di una fortunata serie di racconti in Germania o forse perché, molto più prosaicamente il nome Pinkerton in lingua tedesca era strettamente associato a una parola volgare.

Al Teatro Grande di Brescia l’opera ebbe grande successo e Luigi Illica così scrisse a Giulio Ricordi:

‘Carissimo Sig. Giulio, tutti i telegrammi che ho ricevuto si corrispondono fedelmente ed esattamente e concordano nel successo colossale, clamoroso e sincero...Intanto, viva Butterfly, for ever!’

Puccini comprese che Brescia poteva essere il punto d’arrivo per la sua Butterfly ma forse era il punto di partenza per la Butterfly che il pubblico desiderava.
Si tenne informato tramite Rosina Storchio per avere notizie di Madama Butterfly diretta da Toscanini a Buenos Aires per la prima assoluta in Argentina, il 7 luglio 1904. Poi intrattenne con il grande direttore una fitta corrispondenza in occasione delle rappresentazioni a Bologna e Torino.

Anche queste lettere testimoniano una parte della lenta evoluzione che porterà passo dopo passo alla versione che noi oggi conosciamo.

‘Lo sai in quale grande stima ti tengo, sicchè affido sicuro e tranquillo l’opera nelle tue mani. Guarda di ottenere l’effetto delle lampade che si spengono come per mancanza d’olio al sorgere della prima alba, al terzo atto, poichè l’intermezzo o mezzo preludio scenico si fa tutto, come tutta si eseguisce la scena col baritono nel secondo atto (aria Imperatore, “con agitazione”).’
Giacomo Puccini a Arturo Toscanini, Londra, 12 ottobre 1905

‘Caro Toscanini, due parole riguardo alla ‘mise en scène’. L’ultima scena, quando Suzuki chiude la scena, dovrà divenire completamente buia, con pochissima ribalta, e quando il bambino esce dalla porta d’uscita ne verrà fuori un violento raggio di sole, forte, e fascio di luce larga, nella cui orbita avrà luogo la scena finale’.
Giacomo Puccini a Arturo Toscanini, Londra, ottobre 1905

‘Sarò costì venerdì ritengo efficace aria Imperatore tempo quasi agitato bene movimentata scenicamente grande impressione fine pezzo’.
Giacomo Puccini a Arturo Toscanini, Londra, 24 ottobre 1905

‘Caro Toscanini, ancora un milione di grazie per tutto ciò che hai trasfuso di intelligenza e cuore per la mia Butterfly. Speriamo che il severo e non giusto giudizio (o per lo meno non sereno) venga modificato nelle altre sere.’
Giacomo Puccini a Arturo Toscanini, Bologna, 30 ottobre 1905

‘Io farei un altro taglio, quello della ‘Toilette’, dalla pagina 308 alla 9° battuta sull’ultimo accordo farei lunga corona e Suzuki acconcia un poco frettolosamente la testa a Butterfly e andrei a pg. 315 che te ne pare? Così, col taglio ‘Imperiale’ e questo, mi pare che l’atto scorra meglio”.
Giacomo Puccini a Arturo Toscanini, Bologna, 31 ottobre 1905

Mentre Toscanini era a Bologna, Puccini si trovava a Londra per le riprese di ‘Madam Butterfly’. La prima londinese, si era svolta il 10 luglio 1905 con Emmy Destinn, Enrico Caruso e Antonio Scotti. Il libretto era stato tradotto in lingua inglese da R. H. Elkin e in partitura non appariva più la dedica alla Regina Elena.

Londra, Covent Garden, 10 luglio 1905
Tra Brescia e Londra si operano le seguenti modifiche:
151 battute tagliate, 10 riscritte.
Nell’atto I, 38 battute sono tagliate nell’accompagnamento orchestrale mentre Pinkerton mostra agli ospiti la tavola imbandita, il vino e il cibo poi Sharpless lo presenta al commissario imperiale e all’ufficiale del registro cui sono poi tagliate 10 battute.
Nel secondo atto, parte I, Butterfly perde 25 battute nella scena dei fiori ‘Sfronda tutto il giardin, come fa il vento e accenderem mille lanterne almeno e forse più di mille’, poi 19 ancora quando si veste in attesa di Pinkerton ‘Suzuki fammi bella’.
Nel secondo atto, parte II, Butterfly e Sharpless perdono 36 battute. Sharpless rimasto solo con Butterfly, a Milano e Brescia, le offriva con estremo imbarazzo del denaro

L’amico mio mi diede per voi, non so spiegarmi...Egli provvede.

Butterfly gli rispondeva allora:

Non piangete signore, io sono avvezza a ogni peggior cosa. E poi riposa pur tanto la certezza, la speranza ed il sogno, quelli no, quelli no, non dan pace. Ora se vi piace, rendete...Non me ne fa bisogno.

Poi 33 misure vengono sostituite da 10 scritte appositamente. Si perde allora nella versione di Londra una pagina di intenso dramma. Butterfly dice a Suzuki di lasciar giocare il bimbo e la invita a fargli compagnia. A questo punto si taglia il seguente dialogo tra Butterfly e Suzuki in cui Cio-Cio-San canta una vecchia e triste canzone:

SUZUKI
Non vi voglio lasciar,
No, no, no!
BUTTERFLY
Ieri mi hai detto una savia parola
Che il buon riposo accresce la beltà.
Lasciami sola e la tua Butterfly riposerà.
Sai la canzone?
‘Varcò le chiuse porte,
Prese il posto di tutto,
Se n’andò...E nulla vi lasciò,
Nulla, nulla
Fuor che la morte’.

A Londra, venendo da Brescia si perdono dunque ben altre 151 battute nell’intenzione di eliminare alcuni momenti che ancora frenavano l’azione sia nel primo che nel secondo atto.
Puccini è più sicuro della sua creatura il pubblico reagisce benissimo. Allora egli organizza tutto per quella che sarà la prossima edizione, quella di Parigi, infine il debutto a New York con Enrico Caruso, Geraldine Farrar e Antonio Scotti.

‘Ho combinato Butterfly all’Opéra-Comique Paris e a New York con una compagnia inglese sotto la direzione dell’impresario Savage. E quest’altr’anno andrò a New York perchè al Metropolitan Opera House si darà Bohème, Tosca, Manon e Butterfly in italiano con Caruso. Insomma, la povera Butterfly all’estero attacca in un modo unico’.
Giacomo Puccini a Alfredo Vandini, Milano, 7 febbraio 1906

Poi è la volta di Budapest.

“Vado domani a Budapest dove va Butterfly il 10 corr., che in ungherese si chiama “Pillango Kisaprony”!!!
Giacomo Puccini a Alfredo Vandini, Milano, 3 maggio 1906

La traduzione esatta in ungherese è ‘Pillangò Kisasszony’.
Si avvicina la versione di Parigi. Puccini trova un interlocutore di forte personalità in Albert Carré, direttore dell’Opéra-Comique e marito dell’interprete di ‘Madame Butterfly’, Marguerite Carré Giraud.

Il soggetto di Madama Butterfly non è una novità assoluta per Parigi dove nel 1893 si era rappresentata ‘Madame Chrysanthème’ di André Messager da Pierre Loti.

Puccini collabora con Carré e insieme varano la versione quasi definitiva dell’opera.
Il finale prevede un profondo cambiamento.
Kate Pinkerton cede la scena e non ha quasi più dialogo con Butterfly.
Sarà Sharpless a chiedere il bimbo a Cio-Cio-San.

‘La messa in scena è bella, è logica. Laddove certi effetti italiani non si raggiungono, se ne ottengono altri di dettaglio, di piccole indefinibilità che sono di buon gusto e di buona arte. Nagasaki nel primo atto - dal vero - è paradisiaca. La finale tragica offre campo a discussioni e io stesso - arciprudente e muto completamente in queste circostanze - osai fare la mia piccola osservazione al terribile Carré che la ammise. Ma questa finale tragica, se resa più evidente e più logica, è di una grande novità e basterebbe essa sola a dover testimoniare a Carré la stima ed il rispetto d’arte ai quali egli ha diritto’.
Luigi Illica a Giulio Ricordi, Parigi, dicembre 1906

Rimarrà però ancora un breve scambio di battute tra le due donne sia nella versione Parigi I (1906) e Parigi II (1907) che Puccini taglierà nella versione italiana del 1907. Le parole che si perderanno, dopo il “Sotto il gran ponte del cielo, non v’è donna di voi più felice, siatelo sempre, non v’attristate per me” sono:

BUTTERFLY
Mi piacerebbe pur che gli diceste
Che pace io troverò.
KATE
La man, la man me la dareste?
BUTTERFLY
Prego, questo no, andate adesso.

‘Madame Butterfly’, drame lyrique en trois actes, nella traduzione francese di M. Paul Ferrier presenta per la prima volta la divisione in tre atti e contiene ancora notevoli modifiche rispetto alla versione di Londra. Nel cast, Marguerite Carré, Edmond Clément, Jean Périer diretti da François Ruhlmann. In partitura torna la dedica alla Regina Elena.

Parigi, Opéra-Comique, 28 dicembre 1906
Seguirà poi nel 1907 una seconda edizione francese con piccoli aggiustamenti, dunque quella italiana del 1907.
Tra Londra e Parigi si operano le seguenti modifiche:
239 battute tagliate, 18 aggiunte (43 battute modificate nel testo, non nella musica).

Nell’atto I sono tagliate 48 misure nella scena in cui Cio-Cio-San presenta a Pinkerton i suoi familiari ‘Ma ho degli altri parenti, uno zio Bonzo’...’Ci ho ancora un altro zio! Ma quello ha un po’ la testa a zonzo’.
A Pinkerton sono poi tagliate 34 battute di scherno nei confronti del cibo giapponese.

‘Qua i tre musi. Servite ragni e mosche candite. Nidi al giulebbe e quale è licor più indigesto e più nauseabonda leccornia della Nippone.’

60 misure vengono omesse poi nel finale della cerimonia nuziale quando Butterfly presenta a Pinkerton sua madre che cortesemente gli dice ‘Vostra Grazia ha lo splendor del giglio’. In scena, sino a Parigi era anche un altro bimbo, il figlio della cugina di Butterfly, che a Milano, Brescia e Londra combina un sacco di guai insieme a Yakusidé, interrompendo la cerimonia nuziale ‘Non ti conduco più non ti conduco più’.

Butterfly nell’aria della Missione, fino a Parigi, dice a Pinkerton

Al Dio del Signor Pinkerton mi inchino.
È mio destino, per me spendeste cento yen,
ma vivrò con molta economia.

A Parigi il testo muterà in

Je veux servir le Dieu que sert mon époux!
Dans la même chapelle, comme vous, à genoux,
je prierai auprès de vous! Et pour moi, sans regrets
je renie les dieux de la famille.
Mon Dieu, c’est toi

Poi nella versione italiana del 1907

Al Dio del Signor Pinkerton mi inchino.
È mio destino nella stessa chiesetta
in ginocchio con voi pregherò lo stesso Dio.

Si perdono anche 37 misure nella scena tra Butterfly e Pinkerton.

BUTTERFLY
Pensavo: se qualcuno mi volesse..
PINKERTON
Perchè ti interrompi?
BUTTERFLY
Pensavo: se qualcuno mi volesse...
Forse lo sposerei per qualche tempo...
Fu allora che il nakodo...
Le vostre nozze ci propose...
Ma, vi dico in verità
A tutta prima le propose invano.
Un uomo americano!
Un barbaro!
Una vespa!
Scusate, non sapevo
PINKERTON
Amor mio dolce!
E poi?
Racconta
BUTTERFLY
Adesso voi siete per me
L’occhio del firmamento.
E mi piaceste dal primo
Momento che vi ho veduta.

Le battute purtroppo tagliate a Parigi spiegavano in maniera chiara e profonda il mutamento nell’animo di Butterfly e il suo stupirsi nel definire Pinkerton ‘l’occhio del firmamento’.

Nell’atto II sono aggiunte 18 misure a Butterfly quando dispone i fiori. È un Puccini che non ci aspetteremmo e che ci sorprende se non sapessimo che le battute furono scritte per Parigi, quasi un omaggio a Claude Debussy.

Nell’atto III si perdono tre battute orchestrali poi nelle 43 battute in cui Kate incontrava Butterfly avviene il più profondo cambiamento di questa versione parigina.

Kate diventa quasi un fantasma che tormenta Butterfly senza mai scambiare con lei, direttamente, una parola.

Puccini si dimentica però di tagliare, sia nella I che nella II edizione parigina il breve dialogo di commiato tra Butterfly e Kate, poco oltre, ‘Mi piacerebbe pur che gli diceste che pace io troverò’.
È l’epilogo dell’incontro con Kate e la Butterfly di Milano, Brescia, Londra e Parigi si rivolge alla sua rivale affidandole un messaggio per Pinkerton.
Kate commossa vorrebbe stringere la mano a Cio-Cio-San che rifiuta ‘Prego, questo no, andate adesso’. Rimedierà nella versione italiana del 1907.

A Londra il testo era il seguente

BUTTERFLY
Who is this lady who terrifies me? Terrifies me?
KATE
Through no fault of my own, I am the cause of your trouble. Ah! forgive me, pray.
BUTTERFLY
No, do not touch me. And how long is it he married you?
KATE
A year. And will you let me do nothing for the child? I will tend him with most loving care.
BUTTERFLY (does not reply)
KATE
‘Tis hard for you, very hard. But take the step for his welfare.
BUTTERFLY
Who knows! All is over now.
KATE
Ah! Can you not forgive me, Butterfly?

La prima versione francese, 1906 così modifica il testo:

BUTTERFLY
Ah! Cette femme! Je comprends, je devine! Dernier supplice!
SHARPLESS
Elle est des vos tortures bien innocente complice! Comprenez vous?
BUTTERFLY
Oui, maintenant! Tout est mort pour moi! Elle est sa femme! Oh!
SHARPLESS
Courage!
BUTTERFLY
Et ce qu’on demande, sans doute, c’est mon fils?
SHARPLESS
Faites pour son bien ce sacrifice!
BUTTERFLY
Oh! pauvre mère! pauvre mère! Abandonner mon enfant! Hélas! C’est ton devoir, Geisha!
KATE
Pouvez-vous me pardonner, Butterfly?

Nella seconda versione francese del 1907 ci sono altre modifiche

BUTTERFLY
Et cette femme! Que fait-elle chez moi? Que me veut-elle?
SHARPLESS
Elle est des vos tortures l’innocente complice! Pardonnez lui!
BUTTERFLY
Ah! C’est sa femme. Tout finit pour moi et tout s’écrule! Oh! Et ce qu’on me demande ce qu’on veut! C’est mon fils? C’est lui qui l’exige lui, son père? Oh! Pauvre mère! Pauvre mère! Abandonner mon enfant! Il est le maitre et je dois m’incliner.
KATE
Pouvez-vous me pardonner, Butterfly?

Il testo italiano del 1907 è il seguente:

BUTTERFLY
Ah! Quella donna mi fa tanta paura, tanta paura!
SHARPLESS
È la causa innocente d’ogni vostra sciagura. Perdonatele.
BUTTERFLY
Ah! È sua moglie! Tutto è morto per me! Tutto è finito! Ah!
SHARPLESS
Coraggio.
BUTTERFLY
Voglion prendermi tutto! Il figlio mio!
SHARPLESS
Fatelo pel suo bene il sacrifizio.
BUTTERFLY
Ah! Triste madre! Triste madre! Abbandonar mio figlio! E sia! A lui devo obbedir!
KATE
Potete perdonarmi Butterfly?

Fino a Parigi Cio-Cio-San nell’epilogo, dopo aver chiesto a Suzuki di lasciarla sola e essersi raccomandata di lasciar giocare il figlio, si avvicina alla statua del Budda e
accende un lumino.

Nella versione 1907 le indicazioni sono quelle di Butterfly si inginocchia davanti all’immagine del Budda. Anche le indicazioni della morte di Butterfly divergono tra Milano, Brescia, le due versioni per Londra, quelle per Parigi, l’edizione italiana del 1907, la partitura italiana del 1920.

A Parigi la scena è così descritta:

Butterfly ouvre lo shosi et met l’enfant dans le jardin. Un rayon de clarté pénêtre dans la chambre. Elle referme le shosi. L’obscurité: puis elle ramasse le couteau et passe derrière le paravent qu’elle développe autour de l’image de Bouddha. On entend le couteau tomber à terre puis le voile est tiré derrière le paravent. À cet appel Butterfly reparait, chancelante, et essaye de se diriger vers la porte de droite, comme voulant l’ouvrir. Mais ses forces la trahissent...Elle tombe mort

Nelle versioni italiane e a Londra la scena è affatto diversa:

Butterfly prende il bambino, lo posa su di una stuoia col viso voltato verso sinistra, gli dà nelle mani la banderuola americana ed una puppattola e lo invita a trastullarsene, mentre delicatamente gli benda gli occhi. Poi afferra il coltello e, collo sguardo sempre fisso sul bambino, va dietro il paravento. Si ode cadere a terra il coltello e il gran velo bianco scompare dietro al paravento. Si vede Butterfly sporgersi fuori dal paravento, e brancolando muovere verso il bambino. Il gran velo bianco le circonda il collo: con un debole sorriso saluta colla mano il bambino e si trascina presso di lui, avendo ancora forza di abbracciarlo, poi gli cade vicino. La porta di destra è violentemente aperta. Pinkerton e Sharpless si precipitano nella stanza, accorrendo presso Butterfly che con debole gesto indica il bambino e muore. Pinkerton si inginocchia, mentre Sharpless prende il bimbo e lo bacia singhiozzando.

La versione parigina opera, rispetto alle precedenti edizioni, un alleggerimento delle scene di folclore eliminando anche quella patina di fastidiosa superiorità a tono razzista che il Pinkerton delle prime tre edizioni manifestava apertamente.

D’altra parte si perde la vera e autentica figura di Cio-Cio-San, così come piaceva a Puccini.
La nuova Butterfly piace così tanto da essere forse l’opera più rappresentata al mondo e mi piace pensare che Puccini ne scrisse allora due di Madama Butterfly, una per lui, quella di Milano e Brescia, una per il suo pubblico, quella di Londra e Parigi.

Un confronto tra la prima versione, quella di Milano e quella di Parigi presenta 624 battute tagliate, 83 aggiunte e alcune riscritte, in particolare il terzetto dall’atto secondo scena seconda, Suzuki-Pinkerton-Sharpless. I grandi cambiamenti riguardano soprattutto l’atto I dove sono state tagliate circa 500 battute.

Nel primo mattino del 18 aprile 1906, San Francisco fu rasa al suolo da un terribile terremoto cui seguì un furioso incendio. Caruso cantò ‘Carmen’alla Grand Opera House la sera che precedette la catastrofe.
Quel mattino, alle 5 e 12 minuti il re dei tenori abbandonò di gran fretta, miracolosamente illeso, la sua suite al Palace Hotel. Giurò che non vi avrebbe mai più fatto ritorno.
Tutto il materiale di scena della Metropolitan Opera Company, in tournèe a San Francisco andò invece distrutto causando un immenso danno economico.

A Buenos Aires, Toscanini passò il suo ultimo pomeriggio d’amore con Rosina Storchio.
Era il 10 giugno 1906, si rappresentava in quei giorni ‘Madama Butterfly’ al Teatro Colon.
Il Maestro, che si trovava con la cantante in un albergo, fu informato, da una persona di fiducia che il figlio Giorgio, di soli cinque anni era improvvisamente mancato, per la difterite contratta in occasione del loro viaggio in Argentina.
Il dolore lo distrusse. Per l’uomo, il padre, l’artista, fu uno strazio terribile, esacerbato da un immenso senso di colpa.
Carla, sua moglie decise di lasciarlo.
Toscanini dovette allora prendere la grande decisione.
Avrebbe seguito a distanza, con molta discrezione, la vita di Rosina e del loro figlio Giovanni.
Ma il legame con la sua Butterfly era finito per sempre, in una malinconia infinita.

Intanto a New York, Oscar Hammerstein era al lavoro per dare alla città e alla sua Manhattan Opera Company, un altro teatro d’opera.
Il General Manager del Met, Heinrich Conried, forse su suggerimento di Enrico Caruso, ebbe l’idea allora, per risollevare le sorti della Metropolitan Opera Company, di invitare a New York Giacomo Puccini, quale supervisore di quattro delle sue opere, ‘Manon Lescaut’, ‘La Bohème’, ‘Tosca’ e la prima assoluta negli Stati Uniti, in lingua italiana, di ‘Madama Butterfly’.

La sera del 18 gennaio 1907, Puccini sbarcò a New York, appena in tempo per andare a teatro e assistere a ‘Manon Lescaut’ con Lina Cavalieri e Enrico Caruso.
La bellissima Cavalieri creò non poca tensione tra il Maestro Puccini e la gelosa moglie Elvira, tempeste che il compositore era da tempo uso attraversare.

Così Puccini descrisse le sue prime impressioni di Lina Cavalieri in ‘Manon Lescaut’:
‘Cavalieri ottima. Veramente mi ha colpito per il suo temperamento, specie nei momenti di animo e di emozione. La sua voce porta sul pubblico come non credevo, specie acuti.’

La più bella soprano che la storia ricordi, cantò anche ‘La Bohème’, ancora con Caruso. Nelle sue memorie, così ricorda la famosissima scena dell’atto primo:

‘Ma se io fui la “prima-donna che bacia”, Caruso fu “il tenore che pizzica”. E mentre io avevo veramente baciato, non si è mai saputo bene, se Caruso abbia veramente pizzicato. Ricordo il pallore di Caruso, allorché incominciò la sua romanza “Che gelida manina”, e sento ancora la sua mano, che era assai più gelida e tremante della mia. Non so se la preoccupazione e la paura centuplicassero, quella sera, i suoi mezzi vocali e scenici, se l’emozione da cui era pervasa desse alla sua voce meravigliosa un calore e una sincerità più forti del consueto, ma ricordo perfettamente che cantò come mai aveva cantato e che, terminando la romanza, pronunciò il “Vi piaccia dir”, con tale accento accorato che il pubblico scattò in piedi, come impazzito’.

Di trionfo in trionfo venne l’atteso momento di Butterfly.
Puccini era scontento del direttore d’orchestra Arturo Vigna, abituato ormai alla bacchetta dell’amico Arturo Toscanini e soprattutto della soprano Geraldine Farrar che desiderosa di ben figurare scenicamente, prendeva lezioni di gestualità, portamento e cerimoniali, da un’insegnante giapponese, trascurando forse, in maniera imperdonabile, lo spartito.

Durante le prove, Puccini ebbe una folgorazione, ricordandosi della prima volta che a Londra, sette anni prima aveva visto il dramma di Butterfly.
Gli era rimasto impresso in particolar modo come David Belasco avesse risolto, con un magico gioco di luci, il passaggio dalla notte all’alba, poi al giorno che risveglia la città di Nagasaki.
Volle allora averlo al suo fianco per rendere alla Butterfly del Met, la cui prima rappresentazione andò in scena l’undici febbraio, la magia di cui era stato testimone.

Poi, tanti impegni mondani, passeggiate lungo la Fifth Avenue, visite in negozi che esponevano oggetti meccanici che in Italia non si trovavano, dispute perché finalmente gli venissero riconosciuti i diritti d’autore sulle sue opere, il celebre incontro con Thomas Alva Edison e, non da ultimo, qualche serata a teatro per assistere alle produzioni di David Belasco: ‘The Rose of the Rancho’, The Music Master’ e ‘The Girl of the Golden West’ che tre anni più tardi diventerà la nuova opera di Puccini ‘La fanciulla del West’.
In scena, nel ruolo principale era l’attrice Blanche Bates, la prima Minnie e in precedenza, interprete anche della prima Cho-Cho-San di Belasco.

La prima Butterfly in Spagna andò in scena a Barcellona, il 4 agosto 1907, in una versione in lingua spagnola di cui non conosciamo il nome del traduttore.

Per la prima a Berlino, il 27 settembre 1907 fu approntata una versione in lingua tedesca ‘Die kleine Frau Schmetterling’, Tragödie einer Japanerin, Deutsch von Alfred Brüggemann.

Una nuova edizione in lingua inglese di ‘Madam Butterfly’ fu pubblicata a New York nel 1954 con traduzione di Ruth e Thomas Martin.

La nuova edizione riveduta e corretta, in lingua italiana è stata pubblicata da Ricordi, a Milano nel 1955.

Ma chi era Butterfly?
Se davvero fosse vissuta, quando sarebbe nata, da che famiglia, quale sarebbe stato il suo percorso?
Perché all’inizio dell’opera, prima della cerimonia nuziale nasconde il coltello con cui poi si ucciderà evitando accuratamente di parlare di suo padre?

Nel libretto, così Puccini accenna alla vicenda dell’atto primo:

BUTTERFLY (trae un astuccio lungo e stretto)
PINKERTON
E quello?
BUTTERFLY (molto seria)
Cosa sacra e mia.
PINKERTON (curioso)
E non si può vedere?
BUTTERFLY
C’è troppa gente. Perdonate. (sparisce nella casa portando con sé l’astuccio)
GORO (che si è avvicinato, dice all’orecchio di Pinkerton)
È un presente del Mikado a suo padre...coll’invito... (fa il gesto di chi si apre il ventre)
PINKERTON (piano a Goro)
E suo padre?
GORO
Ha obbedito

Poi, nel finale, all’atto terzo, prima del suicidio, si leggono in partitura queste didascalie:

(Butterfly va allo stipo e ne leva il velo bianco, che getta attraverso il paravento – poi prende il coltello, che chiuso in un astuccio di lacca, sta appeso alla parete presso il simulacro di Budda. Butterfly ne bacia religiosamente la lama, tenendola con le due mani per la punta e per l’impugnatura)
BUTTERFLY (legge a voce bassa le parole che vi sono incise)
Con onor muore chi non può serbar vita con onore.

Butterfly nacque all’alba del Giappone moderno una nazione che da poco aveva riaperto le sue frontiere, chiuse a catenaccio (sadoku) dalla politica dei Tokugawa che dal 1603 avevano completamente isolato il paese e promulgato il divieto di professare il cristianesimo.
Gli scambi commerciali avvenivano esclusivamente con Cina e Olanda tramite l’unico porto aperto agli scambi, quello di Nagasaki.

Cio-Cio-San veniva da famiglia nobile; suo padre, un samurai, fu costretto dall’imperatore Meiji, Mutsuhito a suicidarsi nel settembre 1877, all’epilogo della ribellione Satsuma (Seinan Sensō).
Gli stessi samurai che avevano aiutato il governo centrale Meiji (governo illuminato) contro il bakufu (governo dei samurai) presieduto dallo shogun (capo del bakufu) e che lo avevano accompagnato fedelmente sino al 1877, data della promulgazione della Costituzione Imperiale e dell’istituzione del parlamento, si trovarono in forte conflitto con l’imperatore in seguito alla guerra in Corea.
Il leader dei samurai ribelli si chiamava Saigō Takamori, forse il padre della nostra Butterfly.
Lui, il suo fido attendente Beppu Shinsuke e gli altri fedelissimi samurai, morirono, dice la leggenda, per ordine dell’imperatore, affondando la lama del loro coltello (tantō) nell’addome, commettendo seppuku o harakiri.
Con onor muore chi non può serbar vita con onore.

La famiglia di Cio-Cio-San cadde in disgrazia e la piccola fu mandata alla scuola delle geishe.
La povertà non ne scalfì minimamente né l’orgoglio né l’onore.

Così, quando a soli diciott’anni, venne il suo turno, Cio-Cio-San, figlia di un samurai, si ricordò di come morivano, con onore, i samurai.

Sola, dietro il paravento, dopo aver abbracciato il figlio per l’ultima volta, compì quel rito che ancora oggi commuove alle lacrime gli spettatori della Butterfly di Puccini.